Santorini, degustazioni con vista

I colori del Mediterraneo greco, dal blu intenso del mare delle Cicladi e del Dodecaneso, passando per il bianco brillante delle abitazioni e delle chiese e arrivando inesorabilmente ai verdi, rossi e gialli delle verdure fresche sulle tavole imbandite, colpiscono per la loro intensità invitando rispettivamente a tuffarsi, a raccogliersi ed a gustare sempre senza esitazione e con il sorriso, il sorriso di chi in una vacanza dinamicamente slow si vuole concedere il tempo della curiosità e della scoperta. Tra quegli intensi colori, ve n’è uno tra tutti a rappresentare le isole greche: il blu. David Gilmour, il cantante dei Pink Floyd rimase così profondamente colpito da una tra le più piccole isole greche Kastellorizo (Megisti) nel Dodecaneso da dedicare addirittura una canzone all’isola greca “Castellorizon” e il nome del terzo album da solista “On an Island” pubblicato nel 2006 che include anche la canzone “The Blue”.

Le isole greche suddivise in nove gruppi sono – compresi gli isolotti – oltre 3000 di cui 167 abitate. Se si dovesse associare ogni isola ad una gemma, il mare Egeo sarebbe uno scrigno di diamanti, topazi, rubini, zaffiri, perle, corallo, avorio, ambra tutte di indiscussa preziosità ma di taglio o lavorazione differente che ne attribuirebbero dunque un carattere distintivo.

A Santorini (Thira), una delle più note isole vulcaniche del gruppo delle isole Cicladi, è impossibile, percorrendo le strade che la attraversano, non notare il sistema di allevamento delle viti nei numerosi vigneti aventi tutti un intenso sfondo blu.

Al fine di proteggerle dal forte vento che contraddistingue le Cicladi, le viti sono coltivate in cime basse a forma di corona – create dai tralci messi da parte dopo la potatura – in appezzamenti di terreno sottoposti protetti da bassi muri secchi di pietra.

Mio nonno, da buon greco, era molto appassionato di vino, sia come produttore per uso personale che bevitore della bevanda di Bacco, e ricordo che in famiglia nessuno lo accompagnava nelle sue “passeggiate” enogastronomiche. Non era un uomo di molte parole ma la volta che gli chiesi di portarmi con lui nella visita di una cantina, mi parlò tantissimo e io non potevo che starmene in silenzio e assorbire e memorizzare tutte le sue parole. Lo ricordo come fosse ieri. Non mi stancavo mai dei suoi racconti. E chi l’avrebbe mai detto che un giorno avrei raccontato questa storia e che a mia volta mi sarei appassionata al mondo del vino! Questo è stato uno dei pochi momenti trascorsi insieme al nonno in queste terre, le sue terre, e ricordo che mi disse:

“Uno dei motivi per cui la vite mi sta così simpatica è che cresce, e bene, nei posti più impensati. Meno scontati. Uno di questi è Santorini, una semiluna di terra annerita nel cuore delle isole Cicladi. E l’altra cosa che me la rende ancora più simpatica è che è una pianta che i luoghi li racconta, li sintetizza.”

Crescendo, il mio rapporto con il vino greco è stato caratterizzato da una profonda “simpatia”, quella trasmessa dal nonno, per la rinfrescante e traditrice retsina, o per quei “vini del contadino” che spesso ti propongono nei paesini. La retsina o vino resinato è un vino aromatizzato che viene prodotto in Grecia da secoli. Molto probabilmente fu Ippocrate ad inventare una prima bevanda aromatizzata simile all’attuale retsina, a base di vino ed erbe come il rosmarino e il timo. Da intruglio purificante e curativo, la retsina si trasformò nel corso dei secoli in bevanda ufficiale della Grecia. Gli antichi Greci capirono ben presto che l’aria era il principale nemico del vino e che tenendo aperte le anfore il vino non poteva essere conservato adeguatamente, ma andava incontro all’ossidazione, quindi escogitarono un metodo per sigillare le anfore con la resina di pino. I loro successori, una volta sostituite le anfore con le botti di legno continuarono a fare lo stesso, aggiungendo resina di pino dentro la botte di modo che formasse una patina protettiva che facesse da scudo contro l’aria. 

 

A Santorini la viticoltura vanta una tradizione secolare e l’Assyrtiko è la varietà di uva a bacca bianca più diffusa sull’isola. Un bianco fresco e sapido con sentori di erbe aromatiche e tanta mineralità. E, sembra strano a dirsi nel cuore dell’Egeo, ma la via principale che collega i vari punti della minuscola isola è una Strada del vino. 

Su questa incantevole isola vi sono numerose aziende vitivinicole, tra cui Koutsoyanopoulos Winery (unica azienda visitata con il nonno) fondata nel 1880 dai fratelli Grigoris e Dimitris la quale ospita anche un “wine museum”. Il museo del vino posto ad otto metri dal livello del suolo, lungo i suoi 300 metri di corridoi e grotte, illustra la storia della produzione di vino sull’isola di Santorini dal 1660 al 1970.

Tra i vini che ricordo, il bianco fruttato Assyrtiko Koutsoyannopoulos a base della sola varietà di uva Assyrtiko coltivata nella vigna di proprietà della famiglia.

Il Vin Santo di Santorini è  famoso ormai in tutto il mondo. Prodotto dalle varietà Assyrtiko e Aidani, dopo la vendemmia l’uva rimane ad essiccare al sole per 14 giorni. Matura dai 2 ai 4 anni in botti di rovere.

Il Kamaritis è uno dei vini da dessert derivante da un blend di tre varietà di uva a bacca bianca: Assyrtiko, Aidani e Athiri e di tre di uva a bacca rossa: Mantilaria, Mavrathiro e Mavrotragano. Questo vino, il cui nome deriva dalla parola “kamara” che significa cantina, matura per dieci anni in botti di rovere dopo il periodo di appassimento dell’uva vendemmiata al sole sui graticci per due settimane. E’ un vino unico nel suo genere la cui ricetta segreta è stata tramandata di padre in figlio fino all’attuale quarta generazione di produttori.

Ancora più interessante è però il Nykteri che deve il nome alla vendemmia notturna, fatta anche per evitare il caldo e il rischio di fermentazioni spontanee. Questo vino, a distanza di qualche anno, mi ricorda l’isoletta di Nea Kameni creatasi solo nel Settecento dopo l’ennesimo episodio sismico della zona. E’ un pezzo di terra letteralmente affiorato dalla caldera del vulcano che nel 3.600 a. C. si portò via la metà dell’isola. Su quelle rocce nere, arroventate, ancora in formazione, in alcuni tratti si sente odore di zolfo. Ecco, il Nykteri ricorda il calore e i profumi di quest’isoletta.

 

Testo: Simona Pahontu

 

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