Rosati: nel nome delle “Bollicine”

Conoscere e apprezzare il buon vino è un piacere e un atto di cultura, di consapevolezza e gratitudine verso la terra, i suoi frutti, chi la coltiva.

Il boom del vino rosato un fenomeno di moda? Non più, o meglio, non solo. La declinazione in rosa del nettare di Bacco italiano, soprattutto se si parla di bollicine, è sempre più una scelta consapevole piuttosto che un lasciarsi tentare dalla moda del momento. Lo dicono i dati di un’indagine dell’Osservatorio Economico Vini (Ovse, www.ovse.org). La cosa singolare, però, leggendo indagini del genere, è che nel nome delle “bollicine” rosa si arrivino a mettere insieme “spumanti” rosati con caratteristiche totalmente diverse, per tipo di uve utilizzate, per tipo di vino, per caratteristiche organolettiche, come un Lambrusco, un rosato di Sangiovese o uno a base Negro Amaro pugliese.

Siamo in estate e l’arrivo della stagione calda rappresenta il momento più propizio per scoprire l’affascinante mondo delle bollicine rosé. Questa particolare tipologia, che già dall’esame visivo seduce e lusinga per cromatismi ed aromi intriganti, da prodotto di nicchia negli ultimi anni sta letteralmente esplodendo come il tappo che libera i suoi compositi e gentili bouquet, tipici della fermentazione in bottiglia. Lo spumante rosé nasce in Champagne, regione piuttosto nordica per la coltivazione di vitigni da bacca rossa ma capace di dare vita ad un prodotto ai vertici della qualità, nonostante le numerose criticità dovute soprattutto ai processi di maturazione. In Italia la coltivazione e produzione dello spumante rosé si concentra soprattutto nell’area collinare della Franciacorta. L’origine del termine Franciacorta deriva da “Cortes Francae”, cioè dalla piccola comunità di monaci Benedettini insediatasi in alto Medioevo nelle colline vicino al lago d’Iseo, la quale godeva di particolari privilegi, in primis l’esenzione dai dazi per il trasporto delle merci in altri stati o possedimenti. Questo grazie alla meritevole attività dedita alla bonifica dei territori assegnati e all’educazione impartita ai contadini per migliorare la coltivazione dei campi e la resa dei raccolti. “Cortes” erano appunto i principali centri di commercio dell’epoca. Per il Franciacorta rosé il metodo di vinificazione stabilisce che le uve bianche Chardonnay e Pinot Bianco siano separate dalle uve rosse Pinot Nero e poi assemblate, altrimenti lo stesso Pinot Nero viene vinificato con il suo uvaggio base. Il disciplinare sancisce che in percentuale la presenza di Pinot Nero deve essere ad un livello minimo del 25%.

Alta Langa

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E’ la più giovane, è del 2011 l’Alta Langa Docg, la cui zona di produzione comprende “particelle fondiarie di collina e di spiccata vocazione viticola situate, nelle province di Cuneo, Asti ed Alessandria”, ovvero vigne poste a oltre 250 metri di altezza, nella zona collinare a destra del fiume Tanaro. Un metodo classico piemontese, dove la coniugazione Rosé è piuttosto diffusa, che si affina sui lieviti non meno di trenta mesi, oppure oltre tre anni per diventare Riserva e che nasce da una calibrata cuvée di Chardonnay e Pinot nero, che in gran parte dei Rosé più rappresentativi viene utilizzato in purezza.

Oltrepò Pavese

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L’altra zona, attigua al Piemonte e considerata nell’Ottocento come un’appendice vinicola del Piemonte stesso, è l’Oltrepò Pavese, il più grande serbatoio italiano di Pinot nero con oltre 3000 ettari vitati. Dal Pinot nero, in purezza o con una parte preponderante, non inferiore mai al 70%, si producono metodo classico Docg che secondo le varie coniugazioni della Docg, Oltrepò Pavese metodo classico e Oltrepò Pavese metodo classico Pinot nero, prevedono espressamente la tipologia Rosé.
Da qualche anno in Oltrepò, per designare in maniera ancora più chiara un Rosé metodo classico ottenuto da Pinot nero (minimo 85% di Pinot nero con la specifica di vitigno), è stato creato un nuovo marchio collettivo che si chiama Cruasé e propone un’idea di “bollicine” in rosa strettamente legate al territorio e al vitigno identitario.
Va però detto che diversi produttori, anche di valore, oggi in Oltrepò preferiscono proporre, per motivi abbastanza complessi da spiegare, i loro metodo classico, anche Rosé, semplicemente come Vsq e che l’operazione Cruasé ha riscosso un successo sinora inferiore alle aspettative.

Trento

Palazzo RoccabrunaBollicine su Trento - TrentodocBottiglia26 novembre 2010Archivio CCIAA TN © Romano MagroneDIG collezione TrentodocRCC
© Romano MagroneDIG collezione TrentodocRCC

Trentino e Trento Doc fanno rima con Chardonnay e larghissima parte dei metodo classico prodotti in provincia di Trento sono a base di quest’uva (talvolta unita a piccole percentuali di Pinot Bianco) ed il Pinot Nero è nettamente minoritario e spesso utilizzato solo per le cuvée più importanti. Anche la produzione di Trento Doc Rosé, da parte della quarantina di aziende che rivendicano la denominazione, è molto limitata, con una certa quale eterogeneità espressiva e dal punto di vista cromatico, e spesso i Rosé metodo classico trentini non vengono prodotti solo con Pinot Nero in purezza, ma anche con una quota significativa di Chardonnay. Anche nel confinante Alto Adige, dove la produzione di metodo classico è appannaggio di un numero molto ristretto, 7-8, di aziende, alcune realtà produttive realizzano validi Rosé a base di Pinot nero, localmente chiamato Blauburgunder.

 

di Simona Pahontu

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