Dioniso, dio della natura e non solo del vino (2a)

 

La manìa come vendetta

La manìa divina interviene anche, però, come strumento, diretto o meno, di vendetta. Nelle Baccanti di Euripide Dioniso intraprende una battaglia in qualche misura psicologica con il suo antagonista, Penteo, il quale non accetta l’introduzione del nuovo culto e viene punito con un destino comune di morte. Alla fine Penteo ammette che la follia sia una forma di saggezza, dimostrando che la sua fine è la giusta punizione della sua superbia nei confronti di un immortale, poiché, come Tiresia afferma, “il sapere non è saggezza se travalica i limiti umani“( vv. 395 e sgg.).

 Gli elementi noetici nel culto dionisiaco e nel culto apollineo

Il carattere noetico è comune a tutta la mentalità religiosa e sociale della Grecia antica e investe un altro culto di grandissima importanza, quello apollineo. Entrambe le figure divine contribuiscono a creare uno stato di tranquillità, rispetto a una civiltà di colpa come quella greca: l’uno, Apollo, dando sicurezza attraverso i suoi oracoli, l’altro, Dioniso, garantendo una certa libertà, poiché, come si è detto, questi si dimostra “aperto” a qualsiasi classe sociale senza distinzioni di sorta.

Un secondo punto di contatto riguarda poi l’ambito del potere sapienziale della divinazione: Euripide nelle Baccanti sostiene che Dioniso sia un profeta, poiché, invasate dal dio, le Menadi sono in grado di predire il futuro, proprio come le sacerdotesse di Apollo. Ancora, è a Delfi, sede principale del culto apollineo, che Dioniso viene accolto per la prima volta. I due culti differiscono nella modalità di realizzazione dell’apprendimento durante il momento estatico; nel caso del rito dionisiaco, infatti, la Menade riceve in sé il dio e di conseguenza un sapere non comunicabile, piuttosto intimo e individuale, mentre in quello apollineo il posseduto o, più frequentemente, la posseduta, apprendono una parola divina, per loro incomprensibile, che verrà rivelata a chi la interpreterà e a chi ha richiesto l’oracolo, rendendola quindi pubblica e comprensibile grazie all’intervento della ragione umana attraverso il sacerdote-interprete.

 La contagiosità

Un ulteriore elemento che caratterizza questo tipo di culto è la contagiosità, ancora più accentuata grazie all’intervento della musica ossessiva e prolungata, accompagnata da danze dello stesso genere. I posseduti in stato di “trance” sono comunque guaribili, come attestano diverse testimonianze, solo con l’intervento di musiche e gesti propri del rito e del dio a cui i malati sono soggetti. Infatti sembra che solo tramite essi questi siano guaribili, perché la loro uscita dallo stato di “trance” dipende comunque strettamente dal dio che li possiede, invocabile di conseguenza solo con pratiche che gli sono proprie.

 La possessione

La condizione fisica, che si presenta nel momento in cui si cade preda della manìa, si ricava dall’Eracle di Euripide. Vengono qui evidenziate tre fasi principali: quella “epilettoide”, quella delle “contorsioni” e quella degli “atteggiamenti passionali”.

La prima riguarda gli effetti che la possessione provoca nel volto, a partire dal rovesciamento della testa all’indietro, per passare al gonfiore del collo, fino alla dilatazione delle pupille e al roteare degli occhi. In seguito a un arresto e poi a un affanno del respiro, si presenta una fase di ampi movimenti in ogni direzione con flessione del corpo e proiezione violenta degli arti.

Dell’ultimo stato è protagonista il sogno, poiché è in questo momento che il posseduto ha le visioni vere e proprie, centro dell’intero periodo estatico e connesse molto spesso a particolari emozioni che hanno precedentemente colpito la personalità del soggetto, in una dimensione che richiama la realtà, sebbene in maniera illusoria o comunque con volontà di mutamento, proprio a causa di quella caratteristica di estraniazione propria di tutto il culto.

 La partecipazione femminile

Il carattere di estraniazione del culto dionisiaco è stato individuato come uno dei principali fattori che spiegherebbero la predominante partecipazione ad esso di donne. Il delirio bacchico vede infatti il dissolvimento delle barriere sociali e dell’isolamento a cui le donne, come anche gli uomini delle classi inferiori e gli schiavi, sono sottoposti nella società greca.

Il legame di Dioniso con il mondo femminile ha origini profonde: dalla sua raffigurazione in forme androgine, alla sua infanzia trascorsa tra donne (la madre, le sorelle di lei, le ninfe nutrici), al travestimento come elemento del culto (Penteo nelle Baccanti di Euripide viene costretto dal dio a travestirsi per poter accedere al monte Citerone dove le Baccanti folleggiano). La spiegazione oggi più comunemente accettata è che il dionisismo si rivolga di preferenza a coloro che non possono inserirsi interamente nell’organizzazione istituzionale della polis: le Menadi, infranta la loro emarginazione sociale, abbandonano le quotidiane attività per correre sui monti e ricreare un mondo primitivo, dove, vestite di pelli, cinte di serpenti, inghirlandate da corone di edera, si scatenano in una folle danza, spesso accompagnata da ritmi musicali al suono del timpano. Tale comportamento trasgressivo, rispetto ai normali canoni dell’ordine sociale, testimonia il prevalere dell’elemento istintivo sui codici civili.

È, d’altra parte, vero che una spiegazione di questo tipo, se considerata come l’unica, risulterebbe alquanto riduttiva, soprattutto se si pensa che l’autonomia acquistata dalle Menadi sarebbe solo effimera e di breve durata e costituirebbe solo un momento transitorio, presto seguito da un ritorno alla normalità. Questo tipo di concezione va quindi ampliato, reputando questo rituale un momento, oltre che di sfogo, di ritorno alla natura e conseguentemente al ruolo fondamentale della donna come procreatrice, o, ancora, come mezzo di conoscenza e di contatto con il dio.

Il legame donna-animale viene, così, ricondotto alla figura della maternità come luogo in cui l’elemento animale si rivela divino, e la manìa dionisiaca si delinea come discesa all’animalità originaria che esalta la nascita per opera di donna, collegandola a tutte quelle prodotte da una potenza materna, a partire dalla matrice prima, Gea, da cui ebbe inizio la serie delle generazioni.

 

Testo: Professor Raffaele Mambella, professore di storia dell’arte, critico e storico d’arte.

 

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