Dioniso, dio della natura e non solo del vino (1a)

 

Adorato come benefattore dell’umanità e civilizzatore, Dioniso era considerato colui che, attraverso gli effetti della sua bevanda magica, eccita l’animo, desta la voglia del canto e l’ispirazione della poesia. Se come culto moderato (cioè il moderato uso del vino) può offrire all’uomo migliori condizioni di vita, può anche sconvolgere la mente umana con la sua potente estasi. Le storie di Dioniso, chiamato anche Bacco sia dai Greci che dai Romani, sono molto complesse, perché uniscono elementi presi in prestito da culti diversi, anche di origine orientale o, per lo meno, anatolica e siriaca.

In età classica Dioniso era considerato il dio della capacità produttiva della terra, in particolare dio del vino, della vite e del delirio mistico. Figlio di Zeus e della principessa tebana Semele, egli era detto il “nato due volte”, perché, tratto prematuro dal ventre materno, fu incubato in una coscia del padre, finché non fu il momento di venire alla luce; infatti la madre, che lo aveva generato, era morta incenerita per aver chiesto al suo divino amante la grazia di farsi vedere in tutto il suo splendore. Per sottrarlo alla gelosa vendetta di Era, Zeus lo portò lontano dalla Grecia, nel paese chiamato Nisa (da cui forse il nome Dioniso), che alcuni hanno rintracciato in Asia, altri in Etiopia. Qui Dioniso fu allevato dalle ninfe del luogo che furono successivamente ricompensate, ottenendo di venire poste in cielo, tra le stelle, come Iadi.

Era già adulto, ed aveva già inventato il vino, quando la dea Era lo rese pazzo. In preda alla frenesia errò a lungo attraverso l’Egitto e la Siria, quindi risalì le coste dell’Asia e giunse in India, dove fu accolto dalla dea Cibele, che lo purificò, liberandolo dalla follia e lo iniziò ai riti del suo culto. Durante queste sue peregrinazioni Dioniso insegnò agli abitanti delle regioni che percorreva l’arte della coltivazione della vite e pose al tempo stesso le basi del vivere civile. Al suo ritorno in Europa giunse in Tracia, quindi si trasferì nella natia Tebe dove affermò la sua potenza: re Penteo, che tentò di opporsi, fu duramente punito. Ad Argo, dove si recò in seguito, Dioniso manifestò la propria potenza in modo analogo, facendo impazzire le figlie di re Preto e tutte le donne del paese, che, così, divorarono i propri figli.

Poi il dio volle recarsi a Nasso e salpò su di una nave di pirati tirreni; l’infido equipaggio, però, prese la rotta dell’Asia con l’intenzione di vendere come schiavo l’illustre personaggio, ma tutti i marinai furono mutati in delfini. Dopo avere in tal modo gradualmente imposto il dominio del suo culto, la natura divina di Dioniso fu riconosciuta da tutti e il dio poté ascendere al cielo a prendere posto tra gli Olimpi. Uno dei suoi primi atti, come dio, fu quello di rapire Arianna, abbandonata a Nasso da Teseo, che divenne sua sposa. Si narra anche di una sua storia d’amore con Afrodite da cui sarebbe nato Priapo, il dio della fecondità e, quindi, delle forze generatrici della natura.

Nelle epoche più antiche Dioniso appare accompagnato dalle Cariti o Grazie, ma ben presto al suo fianco, durante le sue spedizioni e i lunghi viaggi, cominciano a comparire le frenetiche Baccanti, chiamate anche Menadi, e i Sileni.  Incoronato di pampini e di edera, il Dio percorre la terra su un magico carro trainato da pantere e seguito da un folto corteo costituito dai suoi compagni abituali: i Satiri, uomini con le zampe, una parte del corpo e le corna, caprine e i Sileni con la coda e le orecchie equine; e le Menadi, donne che danzano freneticamente in “trance”, completamente pervase dall’estasi ovvero dall’entusiasmòs (essere “pieni” del Dio) dionisiaco, che procura loro magici effetti. Nei racconti più tardi, Sileno appare invece come l’educatore di Dioniso che gli rimase a fianco durante tutte le sue peregrinazioni.

Poco diffuso nella Grecia omerica, il culto di Dioniso si rafforzò in epoca ellenistica, grosso modo nel periodo successivo alla spedizione di Alessandro Magno in India. A Roma assunse gli aspetti più sfrenati e orgiastici, tanto che nel 186 a.C. il Senato dovette proibire le celebrazioni dei Baccanali. Il culto fu comunque continuato dalle sette mistiche che celebravano i Misteri di Dioniso.

 

Testo: Professor Raffaele Mambella, professore di storia dell’arte, critico e storico d’arte.

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