Maurilio Palladino, una storia di vino e di vita

La tradizione fa rivivere la storia: una filosofia che negli anni ha permesso all’Azienda Vinicola Palladino di proporre le proprie bottiglie soprattutto nel mercato internazionale. Una storia di vino e di vita mai così attuale, simboleggiata anche dal piccolo museo nato all’inizio degli anni ’90 dal restauro di un locale posto al di sotto della cantina. Sono qui esposti attrezzi agricoli ed enologici usati negli scorsi decenni: un tuffo nel passato per ricordare il forte legame tra vino e territorio.

Maurilio Palladino 68 anni, prima ristoratore e poi, dal 1977 vignaiolo, da settembre Cavaliere del Tartufo e del Vino di Serralunga ci racconta la sua passione per il vino e soprattutto la passione per il Barolo.

Com’è iniziato il suo rapporto con il mondo del vino?

E’ iniziato quando mio papà ha creato una società con un cugino per acquistare la nostra cantina.

La sua prima bottiglia? Quali ricordi e quali emozioni?

La prima bottiglia è nata solo nel 1978 con il Barolo del 1974. Un meraviglioso Barolo dai grandi profumi e sapori, freschezza e corpo. Il Barolo del 1974 lo ricordo con affetto.

Cosa le piacerebbe che una sua bottiglia riuscisse a comunicare?

Mi piacerebbe comunicasse la mia passione, la mia euforia e gioia di presentare un vino.

Qual è il vino in cui si riconosce di più?

Il Riserva San Bernardo che è il primo vigneto che abbiamo avuto. E’ un vigneto che ho visto nascere. I primi anni l’abbiamo preso così com’era, poi l’abbiamo rinnovato. In quell’occasione ho lavorato anch’io in vigna, ho lavorato la terra, abbiamo messo i pali, le viti. Per questo motivo ci sono molto affezionato. Lo sento come fosse mio figlio, il figlio che non ho mai avuto.

Come deve essere un grande Barolo? E come deve essere il Barolo che piace a lei?

Il Barolo che piace a me deve essere corposo però allo stesso tempo piacevole, non pronto da bere (il Riserva e il Serralunga in particolar modo deve essere invecchiato 5 anni altrimenti non si riesce a bere); deve essere molto corposo, molto tannico, fruttato e profumato. Un grande Barolo, anche.

Come spiegherebbe, ad un giovane che si avvicina al vino e non conosce né il Barolo, né il Barbaresco, in cosa il Barbaresco si differenzia dal Barolo?

Un giovane secondo me dovrebbe iniziare con una Barbera d’Alba o un Dolcetto d’Alba vini più semplici da capire, vini non aggressivi. In seguito iniziare a capire i profumi, le espressioni che può dare un Barbaresco o un Barolo. Prima di capire un Barolo bisogna fare esperienza degustando altri vini.

Che cosa dovrebbe aspettarsi una persona che apre una sua bottiglia di Barolo?

Un’emozione.

Cosa vuol dire per lei “Tradizione” e cosa “Innovazione”?  E come è possibile coniugarle facendo vino?

Tradizione secondo me vuol dire fare il vino facendo una lunga vinificazione, lunghi e tanti rimontaggi. Il vino nella fermentazione va seguito ogni giorno e assaggiato dopo 9/10 giorni per capire cosa esprimerà in fatto di profumi e sapori con il tempo avvenire. La lunga fermentazione è la tradizione e l’invecchiamento nella botte grande è fondamentale. L’innovazione invece sono i nuovi sistemi: la vinificazione veloce che io non ho mai fatto e non farò mai. Vinificazioni di 4/5 giorni, l’invecchiamento nella barrique, nella tonneau, in rovere francese. Ora inizio anche io ad utilizzare il rovere francese perché dà delle morbidezze diverse. Ho anche delle botti dove ho mischiato i legni: legno francese e legno di Slavonia. Il rovere di Slavonia conferisce al vino dei tannini più robusti invece il legno francese dei tannini più morbidi. L’innovazione va fatta per gradi, non bisogna esagerare.

Come avvicinerebbe i giovani che non conoscono il vino al mondo del vino?

Insegnandogli a bere, insegnandogli a capire il vino, insegnandogli ad accettarlo perché il vino è natura, è vita.

 

 

 

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