Come ci si può sentire “a casa” dall’altra parte del mondo?

“Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo”. Questa citazione di Ernest Hemingway (1899-1961) racchiude perfettamente, in sintesi, la riflessione che ho maturato una volta ricevuto l’Incarico: un seminario di 10 lezioni sul vino all’università di Ming Tai a Taichung, Taiwan. Obiettivo: sensibilizzare i palati locali e stimolare la passione per il vino a dei giovani studenti universitari. Confesso che l’eccitazione per la nuova esperienza nascondeva una punta di timore. Le domande che giravano per la testa erano molteplici: come far capire, sensibilizzare un palato che non è mai stato abituato a bere vino? Come far capire l’importanza del vino nella cultura occidentale? Come trovare la chiave di volta per entrare nelle mente e far capire le sensazioni del vino a chi ha una cultura del food&beverage così diversa dalla nostra? Come spiegare il vino in un modo semplice non scadendo nel banale? Come non dare per scontato nozioni che per la cultura occidentale sono banali e in quella orientale no? Chiaramente non si può partire dalla nozione di “atomo” ma la soluzione è stata quella di iniziare ad approfondire le abitudini alimentari, la cultura e la storia.

In questo modo ho potuto trovare dei punti di contatto per spiegare il vino. Un esempio: la nozione di tannicità. Chi non ha mai bevuto vino non può capire cosa sia la tannicità e l’astringenza che ne consegue. Nella cultura orientale però è ben radicata la tradizione del tè, soprattutto a Taiwan. Il tè contiene tannini ed ha caratteristiche molto simili al vino se non fosse per il grado alcolico. In alcuni tipi di tè, soprattutto quelli neri, la sensazione di astringenza dovuta ai tannini è simile a quella del vino. Ecco trovato un punto di contatto e un modo per rendere chiaro un concetto che per la cultura occidentale è banale.

Le lezioni iniziano a prendere forma e sostanza, le idee sono tante ma vanno calibrate in funzione delle esigenze degli studenti stessi. Arrivato a destinazione tra il frastuono del traffico e lo smog di plotoni di scooter che viaggiano su corsie preferenziali (non ne ho mai visti così tanti insieme, dicono che sia un mezzo molto utilizzato per praticità e costi bassi) trovo uno staff che mi accoglie e che mi mette a disposizione aule ben fornite e soddisfa tutte le mie esigenze logistiche. Iniziano le danze e cerco di far capire a dei giovani studenti l’importanza del vino e il perché sia uno dei maggiori simboli della civiltà. La timidezza o forse la paura di una figura occidentale a loro sconosciuta rende le prime lezioni dei monologhi e l’interazione diventa difficile. I giorni passano e tra una foto e l’altra (un rito al quale non si deve rinunciare, le conseguenze di un rifiuto non oso immaginarle) i ragazzi si sciolgono e partecipano attivamente al seminario con domande e prove di apertura di una bottiglia. Forse non si rendono conto di quello che hanno nel bicchiere, della storia che c’è dietro un’etichetta, della fatica per poterla produrre e del rispetto che bisogna portare ad un prodotto diventato icona. Ma è proprio grazie al vino che anche nei momenti in cui ti senti dall’altra parte del mondo, lontano dalla civiltà che conosci, ti fa sentire a tuo agio e ti porta a riflettere. Anche all’epoca dei Romani fu la stessa cosa dato che durante l’Impero Romano il vino assumeva un ruolo politico-economico centrale, per questo motivo si ebbe la brillante idea di esportare l’arte vitivinicola in tutte le campagne di conquista elevando la vite a simbolo politico e militare del potere di Roma in Europa. Mettiamoci nei panni di un soldato romano a migliaia di chilometri da casa: è solo, vive in un’altra dimensione rispetto alla Roma che conosce, deve interfacciarsi con altri popoli e non riesce a comunicare correttamente. In ogni caso anche se la situazione era avversa, grazie ad un buon pasto e una bella anfora di Sabino, Tiburtino, Albano o Signino oltre a conferirgli energia per la campagna di conquista lo faceva sentire in qualche modo più vicino a Roma e alla sua terra.

Ho avuto il piacere di degustare un Chianti Classico (i vini italiani dal buon rapporto qualità/prezzo ancora faticano ad arrivare) cercando di spiegarne l’origine e la simbologia del marchio. I ragazzi annuiscono ma in quel momento decido di scappare per 5 secondi preso da un momento di nostalgia, guardo le loro facce, aspettano un cenno, una parola, io chiudo gli occhi e avvicino il bicchiere al naso. Il fiotto degli aromi passa dal naso e attiva sensazioni e ricordi della mia memoria: i caratteri “sangiovesizzanti” mi inducono all’estate passata tra Firenze e Siena in mezzo alle strade tortuose del Chianti, ai profumi della carne appena grigliata, ai “saliscendi” di Radda in Chianti, alla “toscanità”. Riapro gli occhi e una classe intera mi guarda stranita, sorrido e inizio l’esame olfattivo. Mi avranno preso per matto? Non importa, anche dall’altra parte del mondo la cultura del vino mi ha fatto sentire a casa.

 

Testo: dott. Ciro Fontanesi, Docente, Sommelier e Coordinatore ALMA Wine Academy

 

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