Marco Simonit: la potatura Made in Italy da esportazione

E’ da  tempo che desideravo intervistare Marco Simonit, l’agronomo friulano che insieme all’amico e socio Pierpaolo Sirch ha recuperato e sviluppato un vecchio metodo di potatura soffice della vite, applicandolo alla moderna viticoltura. In pochi anni i due soci hanno costruito una rete di collaborazioni con le più importanti cantine italiane e straniere. Il metodo che hanno ideato, oggi codificato come “Simonit&Sirch”, consiste, dunque, in una potatura ramificata. È stato adottato anche in Francia, nei santuari della Champagne, dove Simonit è visto come il nuovo Poussart, l’enologo di fine Ottocento che fece gli stessi suoi studi. Con il suo team di preparatori d’uva, un’équipe di 20 tecnici, e il socio Pierpaolo Sirch, Marco insegna a “saper fare in vigna” in diversi istituti tra università e centri di ricerca scientifici in Italia e Europa. Ha fondato la prima Scuola italiana di potatura della vite con quindici sedi nelle principali zone viticole italiane con un totale di circa 3000 iscritti dal 2009 al 2015, e pubblicato il primo Manuale di potatura della vite: Guyot (ed. L’Informatore Agrario).

Il primo ricordo che ha di lei in un vigneto? 

I primi ricordi sono con mio nonno. Dopo essere rimasto orfano di padre ci siamo trasferiti dai nonni contadini che avevano una stalla, coltivavano i cereali, la frutta e lì c’era anche un po’ di vigna. Ricordo che mi portava nella vigna, io guidavo il trattore e lui dietro con l’aratro. Comunque era una cosa che non mi piaceva perché sentivo che il mio posto era con gli animali, mi piacevano le vacche, i cavalli e tutto quello che era il mondo della stalla. In vigna non volevo mai andarci.

Come e dove ha iniziato a fare le prime prove sulle vigne?

Ho lavorato per una decina d’anni al Consorzio dei vini del Collio e ho avuto modo di conoscere diversi produttori: con alcuni di loro si è instaurato un rapporto molto stretto:Gravner, Venica, Schioppetto, Borgo del Tiglio: tutti colsero la mia sensibilità in quello che sarei andato a fare dopo. Anche se non avevo le idee molto chiare, c’era da parte mia la volontà di cercare una tecnica di potatura meno invasiva per la pianta e che desse una continuità al flusso linfatico. Ma è stato Mario Schioppetto, produttore lungimirante, a mettermi a disposizione una porzione di vigneto per fare le prove, dandomi fiducia e piena disponibilità: da quel giorno sono trascorsi 27 anni. Ci sono dei vigneti che all’epoca avevano vent’anni e ora ne hanno più di quaranta; altri che ne avevano quaranta e ora ne hanno più di sessanta, che sono la testimonianza concreta di tutto un percorso da sempre mirato alla ricerca di una tecnica di potatura che fosse meno invasiva e che desse reali garanzie di valorizzazione della struttura anatomica della pianta. I miei obiettivi erano: consentire un circuito idraulico efficiente per la vite, accumulare legno e sostanze di riserva per la pianta, separare i tagli dal legno buono, riducendo le dimensioni degli stessi tagli: questo perché le ferite provocano dei coni di disseccamento, originando una specie di porta di entrata dei funghi che poi portano al deperimento e alla mortalità delle piante. Un lungo percorso, a conclusione del quale oggi possiamo beneficiare di questa esperienza. Non solo: questo luogo, qui da Schioppetto, è diventato il nostro Campus, un laboratorio a cielo aperto dove si può percepire l’itinerario completo – nelle varie età e nelle varie forme – del lavoro che abbiamo svolto: una continua prova, ricerca, sperimentazione, verifica sul campo, delle osservazioni che facevamo in giro.

Marco Simonit
Marco Simonit

Cosa ama di più del suo lavoro? 

Mi piacciono i viaggi, gli incontri con le persone, conoscere e imparare tutti i giorni da culture e posti diversi, da famiglie e tradizioni radicate nel tempo. Mi reputo molto fortunato perché viaggiando e lavorando in questi ambienti, sia in Italia che all’estero, senti la forza della cultura che si tramanda di generazione in generazione. La cosa che mi piace di più è poter crescere tutti i giorni.

Il suo metodo e di Pierpaolo Sirch si applica bene a tutti i vitigni, bianchi, rossi e ai diversi tipi di allevamento: avete constatato se alcuni si comportano meglio?

Le varietà hanno delle precise caratteristiche e all’interno ci sono delle forme di interpretazione che l’uomo ha applicato nel tempo su queste varietà. Da lì derivano le diverse forme di allevamento, nate in funzione della genetica e dell’ambiente in cui sono coltivate. Anche noi, nel nostro lavoro, dobbiamo tenere conto di questi aspetti: come si comporta la varietà, la morfologia, il portamento, il suolo e le condizioni climatiche. Il Cabernet Sauvignon è una varietà incredibile con una genetica fantastica, in particolare a Bordeaux dove dà dei risultati sorprendenti. Richiede tantissime attenzioni, come il Pinot Nero in Borgogna che ci ha dato grandi soddisfazioni.

In quale parte del mondo è stato più facile portare le vostre idee? 

In Francia. Lì l’Università di Bordeaux e l’Institut des Sciences de la vigne et du vin del Professor Denis Dubourdieu ci hanno dato l’opportunità di mettere in pratica le nostre idee. In Bordeaux le varietà del sauvignon blanc e del cabernet sauvignon rappresentano dei “cavalli”  di primo livello per i vini che producono  e quindi il deperimento della pianta è un problema serio. L’Università di Bordeaux si è interessata a quello che facevamo e ha voluto mettere in piedi anche una sperimentazione presso le vigne Inra (istituto nazionale francese di ricerca agronomica) per capire se con le nostre tecniche si potesse fare prevenzione. Poi anche gli Châteaux si sono avvicinati a noi e con umiltà ma anche con idee ben chiare hanno voluto investire tempo e denaro nella formazione del personale. Certo, all’inizio sono stati riluttanti, volevano dei francesi al nostro posto, ma poi sul campo li abbiamo portati dalla nostra parte, adattandoci anche noi, cercando di capire, lavorando nella realtà, evolvendola ma senza stravolgerla. I francesi hanno risposto benissimo, in Italia è stata più dura, forse perché non avevamo ancora gli anni di esperienza.

Cosa teme di più per il futuro delle vigne? 

Credo che come in tutte le cose ci sarà un’evoluzione, forse anche uno spostamento o un adattamento dei territori. Penso che verranno vitati posti che oggi riteniamo inadatti anche in seguito ad un diverso assetto climatico. È difficile fare delle previsioni. Mi auguro comunque che l’uomo sappia creare una cultura dei mestieri che possa da un lato pensare alla vitalità della pianta, alla sua durata e al suo benessere, e dall’altro offrire l’opportunità di professionalità, creando posti di lavoro per i giovani che vogliono lavorare in ambito agricolo e vitivinicolo. In Francia, per esempio, dopo sei mesi di scuola e sei di stage l’azienda ti offre un lavoro e così entri subito a far parte di una realtà di cui già conosci le dinamiche. Il futuro delle vigne è saper tramandare le cose. Questo è lo spirito con il quale abbiamo fondato la scuola di potatura, nata come una piccola provocazione di cui però c’è bisogno.

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Sulla base delle esperienze fatte in giro per il mondo in materia vitivinicola, nel 2016 l’Italia è alla pari, avanti o indietro rispetto agli altri paesi produttori?

La mia impressione è che le aziende italiane più brave cioè quelle che riescono ad avere un riscontro anche commerciale all’estero non abbiano niente da invidiare agli stranieri. Un’altra cosa è la cultura che si traduce in una storia, che evolve nel tempo, che prende un’identità che è un valore che va oltre quello del brand, della famiglia e del singolo imprenditore. Quello che manca in Italia è una forte caratterizzazione che dia riconoscibilità ai nostri territori, sia da un punto di vista paesaggistico che tecnologico. All’estero tutto questo c’è, anche in paesi relativamente giovani come Napa Valley, Sud Africa o anche Australia. Se penso al mio Friuli io non vedo un’identità territoriale.

Il professor Attilio Scienza: quanto è stato importante nel comunicare e credere nel vostro progetto?

Il professor Scienza è stato fondamentale all’inizio. All’epoca mi ero rivolto a diversi esperti: lui sono riuscito a portarlo in vigna, a fargli vedere quello che avevamo in mente di fare: ha visto subito che la nostra era ed è una cosa innovativa. Così ci ha aiutato molto attivo nella comunicazione, nell’informare le aziende più importanti d’Italia che, a loro volta, ci hanno poi chiamato a lavorare per loro.

Lei è più espansivo e Pierpaolo più riservato. Come vi siete suddivisi i compiti lei e Pierpaolo?

Pierpaolo è il mio migliore amico da sempre. Io e Pierpaolo siamo soci al 50 per cento in tutte le nostre attività. Lui, inoltre, è anche amministratore delegato dell’azienda Feudi di San Gregorio in Campania di cui siamo consulenti da diversi anni. Le nostre attività le porto avanti io, ma sempre di comune accordo. Ci fidiamo molto l’uno dell’altro. Siamo caratteri diversi che però si compensano.

Siete diventati consulenti di 130 aziende fra Italia e tutto il mondo. In Francia prestigiose Maison hanno chiesto la vostra collaborazione: fra queste cantine da mito come “Chateau Latour in Bordeaux, Chateau d’Yquem-Sauternes, Louis Roederer e Moet & Chandon in Champagne e in Provenza”. Quali le problematiche che avete riscontrato e l’approccio che hanno nella ricerca?

In Francia c’è una cultura e un “saper fare” che va avanti da secoli. L’avevano vista giusta in particolare in Bordeaux. Pur avendo molte viti per ettaro, loro hanno ravvicinato molto i filari arrivando anche a un metro di distanza, nella zona del Medoc. Sulla fila, la distanza fra le piante arriva a 1 metro e 20 centimetri – 1 metro e 30 centimetri perché erano consapevoli che, dopo aver formato il tronco, dovevano costruire due braccia per una perfetta ramificazione e avevano previsto che c’era bisogno di spazio perché la pianta, nel tempo, cresce.

I problemi sono iniziati sul Cabernet Sauvignon in Bordeaux, ma anche su altre varietà, a causa delle malattie del legno dovute a tagli sbagliati e alle ferite, al cui interno penetrano i funghi. Loro avevano a disposizione l’Arsenito di Sodio, un prodotto potentissimo che usavano per curare le piante malate, dannosissimo per l’ambiente e per l’uomo. E’ stato ritirato da circa 15 anni e da lì sono iniziati i problemi: le malattie sono aumentate, delle vere e proprie pandemie. A Bordeaux ci sono dei vigneti che hanno una mortalità del 8-10% all’anno. Perché ci hanno chiamato? Tutto è iniziato quando abbiamo partecipato a un importante congresso a Bolzano: un ricercatore francese, incuriosito del nostro metodo, ci invitò a Bordeaux, all’Università, organizzando un incontro con i suo colleghi, alcuni enti del vino francese e una cinquantina di proprietari di Chateaux Bordolesi: e da li che è partita alla grande l’avventura francese. Loro sono fermamente convinti che la ricerca sia molto importante e credono che il nostro metodo di lavoro possa prevenire il deperimento, rinforzando la struttura della pianta in modo tale che, se anche il fungo vi penetra, la pianta stessa riesce a convivere meglio, non estrinsecando sintomi. In questo momento è l’unica cura.

Avete fondato la vostra Scuola con diverse sedi in tutta Italia, frequentata da numerosi aspiranti potatori d’uva. Cosa vi ha spinto a prendere questa decisione? Come funziona e quali obiettivi si ripromette?

Possiamo contare su 15 sedi in altrettante regioni. L’idea è nata nel 2009 da una mia riflessione: quello che stavamo facendo dovevamo condividerlo. Era una materia poco approfondita nei diversi Istituti tecnici agrari o Universitari. All’inizio non fu facile. Oggi invece abbiamo circa 500 iscrizioni all’anno e siamo in sinergia con le diverse Università. Ora abbiamo in mente di creare delle formule diverse in funzione delle variabili che ci sono.

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Premio Nonino Risit D’Aur Barbatella d’Oro 2016: “Il loro operare è magistrale ed è un grande esempio per le nuove generazioni”: questa è la motivazione del premio che avete ritirato a Percoto il 30 gennaio scorso, ulteriore riconoscimento al vostro operato e grande soddisfazione per voi. Marco, a chi lo vuole dedicare?

Abbiamo preso diversi premi e riconoscimenti. Questo però ci ha fatto piacere in modo particolare, perché viene da friulani e perché conosciamo molto bene la famiglia Nonino, sappiamo qual è lo spirito e siamo consapevoli di quello che hanno creato: da un prodotto povero come la grappa sono riusciti a valorizzarlo, a creare un marchio, creare un evento internazionale. Quindi per noi è un premio a casa nostra che ci ha fatto doppiamente piacere. Lo dedichiamo di cuore a tutti i giovani che lavorano con noi.

Da artigiano della vigna quale considera il traguardo più importante raggiunto?

La condivisione del sapere.

Un sogno nel cassetto.

Ce ne sarebbe uno al giorno, ma ho una cosa a cui sto pensando da un po’ di tempo: creare una piattaforma digitale dove far entrare tutti quelli che lavorano con me e far condividere informazioni e notizie. Ci stiamo lavorando.

 

di Simona Pahontu

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