Al Palazzo della Gran Guardia di Verona la mostra “Seurat-Van Gogh-Mondrian. Il Post Impressionismo in Europa”

 

I migliori dipinti sono tocchi di colore l’uno vicino all’altro”. Vincent Van Gogh

 Un’anteprima europea fino al 13 marzo a Verona: la mostra Seurat-Van Gogh-Mondrian. Il Post-impressionismo in Europa vede esposti 70 incredibili capolavori conservati al Kröller Müller Museum di Otterlo, tra cui il famoso Autoritratto di Van Gogh (1887), la Domenica a Port-en-Bessin di Seurat (1888), la nota La sala da pranzo di Signac (1886-87), e la Composizione con rosso, giallo e blu di Mondrian (1927). Il percorso espositivo racconta l’epocale svolta che avviene tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando le sorprendenti tele di George Seurat e di Paul Signac aprono una pagina nuova nella storia dell’arte. Il “Post-impressionismo” nasce in Francia a partire dal 1886, caratterizzato dalla tecnica francese del pointillisme detto anche divisionismo in Olanda e Belgio, per via della composizione “divisa” del colore, che non è steso sulla tela in maniera uniforme e tradizionale, bensì ottenuto tramite puntini o trattini di molti colori diversi, che danno all’occhio una percezione diversa dalla realtà. Moltissimi artisti si sono cimentati con questa tecnica, in particolare i francesi, i belgi e gli olandesi, e i più importanti tra loro sono stati collezionati da Helene Kröller-Müller, moglie di un ricchissimo industriale olandese e fondatrice dell’incredibile museo che sorge sperduto in mezzo alle campagne dell’Olanda e che nasconde un patrimonio difficilmente accessibile. Tra questi artisti spicca il nome di Vincent Van Gogh: nei brevi drammatici anni trascorsi in Francia, dà alle pennellate un’inedita drammaticità, una forza profonda capace di imprimere forti emozioni sulla tela. Nel volgere di pochi decenni queste premesse porteranno alla rivoluzione radicale dell’astrattismo: quello di Piet Mondrian. La mostra veronese è un’occasione unica per ammirare il patrimonio del Kröller-Müller e le opere dei grandi artisti in esso contenute. Grande spazio è dato in mostra anche agli esperimenti scientifici sul colore, ai processi ottico-visuali e alla fotografia, la cui invenzione è legata strettamente alla tecnica divisionista.

LA MOSTRA

La ventata di libertà portata dagli impressionisti scuote il mondo dell’arte: la luce naturale irrompe nella pittura, l’abitudine di dipingere en plein air porta radicali innovazioni ma ben presto prende corpo una nuova “rivoluzione del colore”: gli studi di fisica e di ottica, gli sviluppi della fotografia, la ricerca scientifica sulle modalità con cui l’occhio umano percepisce le tinte, aprono una stagione sperimentale e innovativa. La mostra si apre con “l’artista-chiave” del post-impressionismo, Georges Seurat. Pittore dalla vita breve (muore a soli trentadue anni) e dallo stile raffinatissimo che mette a punto una complessa e rigorosa teoria scientifica sui rapporti tra luce e colore: nasce così il Pointillisme, l’inconfondibile tecnica pittorica basata su una fitta picchiettatura di punti di colore divisi e separati, che vengono “fusi insieme” dall’occhio di chi guarda. In apparenza, si tratta di un esperimento rigoroso e quasi impersonale: ma il risultato è di una straordinaria poesia, grazie alla pacata immagine del mondo che Seurat ci offre soprattutto nei paesaggi – tra cui la memorabile Domenica a Port-en-Bessin (1888) – caratterizzati dalla presenza delle acque di fiumi, mari e canali, dalla luce che scintilla, dai riflessi delle imbarcazioni e delle case, dalla profondità degli orizzonti che segnano una fase nuova per l’arte. Due rari e preziosi disegni (Ragazza. Studio per “Una domenica pomeriggio nell’isola della Grande Jatte”, 1884-85 e Donna con manicotto, 1884 ca.) mostrano con quale delicatezza Seurat concepisce ed esprime la figura umana, utilizzando come punto di riferimento l’effetto delle immagini che affiorano sulla lastra fotografica. Accanto a Seurat, Paul Signac utilizza magistralmente la tecnica del pointillisme, applicandola a paesaggi accesi dai toni luminosi e più solari, spesso legati alla Costa Azzurra. Un capolavoro assoluto è La Sala da pranzo (1886-87) con cui Signac dimostra come questa tecnica particolarissima di stesura del colore si presti non solo a indagare la natura, ma anche a rivelare emozioni nascoste, intimità dell’anima, segreti trattenuti. La seconda sala mette in luce lo sviluppo internazionale del “colore diviso” e l’apertura verso nuovi soggetti. Nato prima di tutto come metodo d’indagine della realtà, il pointillisme viene applicato inizialmente ai paesaggi: ne sono un efficace esempio le due vibranti tele di Henri Edmond Cross tra cui la più rappresentativa è Studio per “Le Ranelagh”: Parco con figure (1889 ca.). Presto, tuttavia, la tecnica del colore diviso si apre a nuovi scenari. Se ne fa interprete il belga Theo Van Rysselberghe sensibile, versatile e affascinante pittore della fine dell’Ottocento. In mostra sono presenti sei tele di questo pittore tra paesaggi marini, nudi femminili e scene familiari, tutte di grande importanza tra cui, eccezionale per dimensione, luminosità e poesia è la splendida In luglio, prima di mezzogiorno (1890), un’opera decisiva nello scenario della pittura europea di fine Ottocento. Un pagina del tutto particolare è quella del Simbolismo, accompagnato da un ritorno a temi mistici e religiosi. L’interprete più autorevole di una rinnovata sensibilità cristiana alle soglie del Novecento è Maurice Denis, che trasferisce la tecnica dei “nabis” (il gruppo di cui Denis era stato tra i fondatori, insieme a Gauguin) a temi di forte slancio ideale. In mostra anche Johan Thorn Prikker che parte dal pointillisme per una ricerca di misticismo, in cui tradizionali soggetti sacri – come Cristo in croce (1891-92) e la Presso la croce (Madonna dei tulipani) del 1892 – vengono affrontati con uno spirito e uno stile legato al simbolismo internazionale. In questi stessi anni, in un’altra regione della Francia si consumava la bruciante avventura umana di Vincent Van Gogh. Due esperienze parallele con esiti sorprendentemente opposti: alla paziente analisi, Van Gogh contrappone una stesura fremente tradotta in pennellate dense e appassionate. Affascinato prima dalle luci di Parigi e poi abbagliato dal sole della Provenza, Van Gogh va oltre l’Impressionismo. Il suo strumento è senza dubbio il colore, steso con colpi forti e carichi, talvolta quasi spremuto direttamente dal tubetto sulla tela, per proporre una nuova, drammatica intensità. Attraverso un gruppo eccezionale di ben otto dipinti e due disegni di Van Gogh, tutti risalenti al periodo trascorso in Francia (1887-1890), la mostra mette a confronto la visione del mondo serena di Seurat con quella nevrotica di Vincent: capolavori appassionati come Il seminatore (1888) e il Paesaggio con fasci di grano e luna che sorge (1889) sono punti di partenza fondamentali per lo sviluppo dell’espressionismo europeo. Senza nemmeno accorgersene, Van Gogh sta rovesciando le regole tradizionali della pittura per conferirle una nuova energia. Lo testimonia in mostra un gruppo di opere di artisti francesi, belgi e olandesi, chiaramente influenzati dalle pennellate accese dell’olandese. Uno degli aspetti più significativi dell’uso del “colore diviso” è il cospicuo gruppo di opere legate ai temi del lavoro e degli sviluppi sociali di un’epoca di rapidi e profondi cambiamenti, con la dialettica tra città e campagna, sviluppo industriale e dinamiche produttive. Nella veduta parigina di Maximilien Luce, quale Dintorni di Montmartre, rue Championnet (1887), spicca una ciminiera fumante che ritroveremo nelle tele di Lemmen (Fabbriche sul Tamigi del 1892) e di Sluijters (Metamorfosi del 1908). Una figura significativa è quella dell’architetto e designer di Anversa Henry van de Velde, uno dei massimi maestri europei dell’Art Nouveau. In mostra i suoi interessantissimi esordi, con studi di figure umane ma soprattutto con il bellissimo Crepuscolo (1889 circa), in cui la scena è semplificata in lineari campi di colore. Con il suo essenziale Ponte a Londra (fine 1888 – inizio 1889), Toorop ci guida verso l’ultima sezione della mostra, dedicata a uno dei più significativi sviluppi della ricerca sul colore: il progressivo passaggio verso l’arte astratta. L’ultimo capitolo dell’esposizione è dedicato alla scelta radicale di Piet Mondrian, che negli anni della Prima Guerra Mondiale compie il passaggio all’astrattismo, suddividendo il campo della tela in riquadri di colore. Sono in mostra quattro opere storiche, a partire dal 1913 quali Composizione n. II (1913), Composizione a colori B (1917), Composizione con griglia 5: losanga, composizione con colori (1919), Composizione con rosso, giallo e blu (1927). La mostra racconta come sulla scia dell’Impressionismo nasca il Post-impressionismo che individua e raccoglie tutte le molteplici esperienze figurative sorte negli ultimi anni dell’Ottocento in Europa. Mentre sboccia la fotografia, l’estro della pittura diventa ben diverso e decade l’idea secondo la quale obiettivo dell’arte è il perfetto naturalismo. La pittura deve ricercare un’altra specificità. Il Post-impressionismo non è stato uno stile vero e proprio ma ha accomunato artisti i quali a un certo punto della loro esperienza non potevano più porsi il problema della mera riproduzione: i loro strumenti diventano così un modo per comunicare qualcosa invece di rappresentarlo. Nel breve volgere di pochi decenni, le premesse di questo atteggiamento porteranno a rivoluzioni totali nel campo dell’arte con la nascita delle Avanguardie.“

 

Testo: Simona Pahontu

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