“Vignaioli si nasce o si diventa?” – Interviste relatori del Convegno

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Buongiorno Veronica, ci parli di com’è nata l’azienda e di com’è cambiata negli  anni
Piero Palladino ha sempre avuto un profondo amore per il vino e per le “sue” Langhe. Dopo aver conseguito il diploma presso l’Istituto enologico di Alba, dove trascorre la giovinezza, inizia a lavorare come enologo presso un commerciante di vini di Biella, dove si trasferisce nell’immediato dopoguerra. L’intraprendenza che lo contraddistingue lo porta negli anni ad avviare imprese in settori differenti, fino ad arrivare a quello tessile. Ma il vino è la sua vera passione e nel 1974 decide di acquistare l’attuale Azienda Vinicola Palladino assieme al cugino Maurilio, al quale ne affida la gestione e che diviene in seguito socio. I principi ai quali Maurilio, assieme alla moglie Domenica, si ispira per la produzione dei vini Palladino sono il rispetto della tradizione e la valorizzazione del terroir. Oggi alla sua esperienza si aggiunge l’entusiasmo e l’intraprendenza della nuova generazione: ad aiutarlo nella gestione della cantina e nella parte commerciale ci siamo io, mio marito Alessandro e Margherita, nipote di Piero e figlia di Mauro Palladino, socio e cugino di Maurilio. Senza dimenticare Luca e Matteo, prezioso aiuto in vigna e in cantina.

Qual è il suo primo ricordo in cantina?
Ero molto piccola, a malapena camminavo. Ho sempre avuto una certa attrazione verso il vino. Era da poco finita la vendemmia, ricordo di essermi avvicinata ad una vasca mentre veniva fatto un rimontaggio e di aver messo la mano nel tino. Quell’attimo e l’intenso profumo del mosto sono rimasti impressi nella mia mente a lungo…al punto da aver determinato la mia strada!

Cosa la sprona ogni giorno a fare sempre il meglio nel suo lavoro?
Il fatto di lavorare con una materia viva, in continua evoluzione, poterla plasmare e renderla propria, personale. Inoltre, è fondamentale essere sempre alla ricerca di nuovi traguardi e non accontentarsi mai.

Secondo lei, cosa rende un vino unico e senza tempo?
La riconoscibilità. E’ molto importante distinguersi, rimanendo però fedeli alla propria storia e alle proprie tradizioni. Quando attraverso il bicchiere si riconosce il territorio e il produttore, ecco che, a mio avviso, si raggiunge l’unicità e l’immortalità.

Quali sono, per lei, le principali sfide del mercato vitivinicolo odierno e futuro?
Oggi le sfide sono molte. Al primo posto metterei la concorrenza, ma non la concorrenza del mio vicino, quanto quella di produttori anche molto lontani geograficamente da noi. A causa del cambiamento climatico, anche la geografia del vino sta lentamente cambiando e sul mercato si stanno affacciando sempre più vini nuovi. E il prezzo è solo uno dei fattori competitivi: spesso qualità, riconoscibilità, marca e fattori legati alla distribuzione e alla comunicazione giocano un ruolo di uguale o addirittura maggiore importanza.

Come vede la sua azienda nel prossimo futuro?
Sono una persona molto positiva e mi piace pensare che il futuro della nostra azienda sarà pieno di soddisfazioni e di riconoscimenti. Spero vivamente sia così: ci mettiamo ogni giorno anima e corpo. Tra qualche anno mi immagino un’azienda al passo con i tempi e al contempo legata alla nostra storia, alla tradizione. So che è un connubio difficile ma noi crediamo che sia possibile.

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Buongiorno Sergio, ci parli brevemente della sua azienda e di com’è nata
La cantina Ettore Germano è situata all’interno dell’azienda agricola di famiglia e sui campi che già bisnonno Francesco coltivava. Divisa negli anni tra i nonni Alberto e Giovanni, l’azienda è stata in seguito ricomposta da mio padre Ettore, che ha iniziato a convertire in vigneto i terreni prima dedicati a colture miste. Mio padre era un grande appassionato di viticoltura: coltivava dolcetto, barbera e nebbiolo ed era sempre alla ricerca di nuovi innesti. Faceva questo lavoro con estrema cura e attenzione e le bottiglie prodotte erano davvero poche. A cavallo degli anni novanta, dopo aver concluso il mio percorso di studio all’Istituto Enologico di Alba e dopo alcune esperienze fuori casa, sono entrato in azienda con mio padre. Pur adorando il Barolo ho sempre avuto una particolare passione per i vini bianchi, motivo per il quale, oltre ai tradizionali vitigni piemontesi a bacca rossa, ho iniziato a piantare riesling renano e chardonnay. Dal ’98, per valorizzare sempre più i vitigni a bacca bianca, abbiamo fatto alcuni investimenti nella zona dell’Alta Langa, dove, accanto a nuovi vigneti di riesling e chardonnay, ho piantato anche del pinot nero per la produzione del metodo classico Alta Langa. L’azienda, dagli iniziali 6, possiede oggi 18 ettari: 8 in Alta langa e 10 a Serralunga, dove abbiamo 4 cru: Cerretta, Lazzarito, Prapò e Vigna Rionda. Mio papà Ettore non è più con noi da 11 anni: io, mia moglie Elena e alcuni collaboratori cerchiamo di portare avanti con passione e dedizione i suoi insegnamenti e la tradizione di famiglia.

Qual è il suo primo ricordo in cantina?
Sono nato in una famiglia di vignaioli, per cui ho sempre osservato con curiosità e attenzione mio nonno e mio padre al lavoro. Quando sono diventato un po’ più grandicello, li accompagnavo in vigna e facevo dei piccoli lavoretti con loro. Mi è sempre piaciuto molto questo mondo, tant’è che mi sono iscritto a enologia: ho iniziato ad apprezzare sempre di più il vino, prima in modo professionale, poi edonistico.

         

Cosa la sprona ogni giorno a fare sempre il meglio nel suo lavoro?
Per me il vino, oltre ad essere una passione, è in primo luogo un lavoro. Per questo bisogna farlo bene e, soprattutto, con un grande senso di responsabilità verso noi stessi e verso i nostri clienti. L’obiettivo è dare loro delle emozioni, non deluderli e far sì che abbiano sempre la voglia di stappare una nostra bottiglia.

Secondo lei, cosa rende un vino unico e senza tempo?
Personalmente vedo molte somiglianze tra il vino e la calligrafia: ognuno ha la propria calligrafia e ogni vignaiolo ha la propria sensibilità e un modo personale di trattare la vigna e il vino. Le mie vigne, coltivate e vinificate da un altro viticoltore, darebbero sicuramente vini molto buoni ma diversi dai miei. Ed è questo il bello del vino: il fatto che ci sia un territorio interpretato da una persona che fa quello che gli piace e che riesce. Dico quello che riesce perchè è la natura a comandare: va capita, rispettata e, quando occorre, aiutata. Noi, ad esempio, per valorizzare il terroir, facciamo lunghe macerazioni sulle bucce, così da permettere al vitigno di esprimersi nel modo più autentico possibile.

Quali sono, a suo avviso, le principali sfide del mercato vitivinicolo odierno e futuro?
Per me è fondamentale comunicare, in modo che chi si avvicina al vino possa farlo con serenità, con passione, con la voglia di ascoltarlo, di goderne in modo semplice e diretto. Il problema è che oggi vogliamo dare giudizi a tutti i costi, attribuire punteggi e fare classifiche. Abbiamo tutti una bocca e un naso per poter giudicare, per cui, a mio avviso, dovremmo cercare di approcciarci al vino facendoci influenzare il meno possibile dall’ambiente esterno, rispettando i nostri gusti. Tutti stiamo cercando di diventare dei media e questo è un bene perchè la comunicazione è fondamentale: l’importante è farlo con coscienza.

Come vede la sua azienda nel prossimo futuro?
Credo che la sperimentazione e l’innovazione siano fondamentali. Altrettanto importanti sono la tradizione e la natura, entrambe da rispettare. Ritengo che siano questi gli aspetti da valorizzare per superare le difficoltà e le sfide presenti e future.

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Buongiorno Massimo, ci parli brevemente della sua azienda e di com’è nata
L’azienda agricola Rivetti Massimo si trova a Neive, in provincia di Cuneo, e, con l’ingresso dei miei figli in azienda, è oggi alla quinta generazione di vignaioli. Attualmente gli ettari di vigneto di cui disponiamo sono 26, suddivisi in 3 cascine: Cascina Garassino a Mango, con vitigni di arneis, nebbiolo, merlot, pinot nero e chardonnay esposti a sud-ovest, Cascina Palazzina ad Alba, dove alleviamo varietà tradizionali quali nebbiolo, barbera e dolcetto, e la Cascina Froi a Neive. Quest’ultima rappresenta il centro aziendale di proprietà della famiglia Rivetti dal 1947 ed è circondata da 12 ettari dove alleviamo nebbiolo, barbera e moscato d’Asti. La Cascina Froi, inoltre, rientra in due sottozone particolarmente vocate per la produzione di Nebbiolo da Barbaresco e ben conosciute a livello internazionale: Serraboella e Rivetti. La nostra azienda ha deciso di sposare la filosofia del biologico: evitiamo ogni tipo di erbicida, pesticida e componente chimico in vigna e in cantina, rispettando la natura e la tipicità del vitigno. Per questo i nostri vini non sono standardizzati e rispecchiano pienamente il territorio e la zona di produzione.

Qual è il suo primo ricordo in cantina?
La passione per il vino e per questo lavoro mi è stata trasmessa dai nonni e dai miei genitori ed è quello che, a mia volta, ho cercato di fare con i miei figli. Lavorare non è facile e fare un lavoro che non piace è assai più difficile. Io posso affermare di fare un lavoro che mi piace, duro e che lascia poco spazio per altre attività ma che da moltissime soddisfazioni. Lavorando bene in vigna e in cantina, rispettando la natura e valorizzando la tipicità del vitigno, i risultati non possono che ripagare le fatiche di questo mestiere.

Cosa la sprona ogni giorno a fare sempre il meglio nel suo lavoro?
Penso che i vini sappiano trasmettere cose che l’uomo a volte, con le parole, non riesce. Una delle cose che mi stimola di più è parlare parlare con chi degusta i miei vini, tentare di spiegarglieli, discuterne assieme. I giovani e coloro che oggi si stanno avvicinando al vino sono molto informati e aperti al dialogo.

Secondo lei, cosa rende un vino unico e senza tempo?
Tutte le annate sono diverse e questo è quello che ci sprona ogni volta a sperimentare, a metterci alla prova. Per me un vino per essere unico deve essere il più naturale possibile, rispettare la tipologia e il terroir. Personalmente ritengo che di annate “cattive” non ce ne siano: ogni annata è diversa e può essere più o meno  “buona”, più o meno interessante.

Quali sono, a suo avviso, le principali sfide del mercato vitivinicolo odierno e futuro?
Ritengo che le principali sfide siano l’evoluzione della geografia del vino e dei mercati, nonché il sempre maggiore interesse dei consumatori nei confronti dei vini organici e naturali.

     

Come vede la sua azienda nel prossimo futuro?
Sono pienamente convinto che i miei figli porteranno avanti con passione e dedizione i valori e le tradizioni della nostra famiglia. Detto questo, penso che di scommesse in futuro ne avremo molte, a partire dall’anno prossimo, quando inizieremo ad allevare alcune vigne con il metodo biodinamico. Già il biologico è stata una scommessa e ce l’abbiamo fatta, speriamo che sia così anche per questa nuova avventura!

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Ci parli brevemente della sua azienda e di com’è nata.
L’azienda agricola Serradenari esiste da 150 anni. La mia famiglia, torinese doc, nel 1880 decise di comprare questa tenuta di campagna, piantando subito qualche vigna. Ma è stata la mia bisnonna a trasformare Serradenari in una vera e propria azienda agricola, istituendo anche la prima festa del vino Barolo a La Morra. Mio nonno, il sindaco del paese, decise tuttavia di estirpare le vigne per dedicarsi alla produzione del tartufo bianco d’allevamento, sostituendole con pioppi e tigli. Nel 2001 mio padre decide di ripristinare il vigneto e di ricostruire l’azienda agricola di famiglia con il nome di Serradenari. Questo nome si deve al fatto che, al tempo della peste, tutti gli abitanti del paese si rifugiarono qui al Bricco, il punto più alto di La Morra e del territorio del Barolo, portando con sé i pochi denari che avevano, per nasconderli. Attualmente ci estendiamo su un territorio di circa 14 ettari: 6 di vigneto e 8 di boschi dedicati al tartufo. La vigna più alta si trova a 525 metri, la più bassa a 420: questo dislivello di 100 metri fa sì che ci sia una grande diversità di microclimi tra le diverse parcelle. Per quanto riguarda la mia linea, Giulia Negri, il progetto è nato da un’idea di mio padre, che voleva farmi un regalo e dedicare a me la linea “alta” di Serradenari. Abbiamo iniziato a separare le due filosofie produttive: io allevo Pinot Nero (circa 3000 bottiglie), Chardonnay (1500/2000 bottiglie) e Nebbiolo, mio padre, invece, alleva soprattutto Nebbiolo e Barbera.

Qual è il suo primo ricordo in cantina?
Sicuramente la prima “sbronza”, avrò avuto sì e no 10 anni! Un giorno, curiosando in cantina, assaggiai il mosto dal preleva campioni: ho scoperto più tardi, sulla mia pelle, che il preleva campioni era entrato a contatto non solo col mosto, ma anche col vino! Non so se sia stato questo aneddoto a farmi innamorare del vino, ma sicuramente ha contribuito e lo ricordo come fosse oggi.

Cosa la sprona ogni giorno a fare sempre il meglio nel suo lavoro?
Per me questo è il mestiere più bello del mondo. Posso essere sempre a contatto con la natura e c’è sempre da imparare, non ci si annoia mai: per essere dei buoni vignaioli bisogna infatti conoscere i suoli, i vitigni e l’enologia. La cosa che mi sprona è sapere che non arriverò mai a conoscere tutto di questo lavoro e che anche le scoperte più piccole sono invece estremamente significative. Per questo ogni mattina mi sveglio, vedo le vigne e mi sento la persona più fortunata sulla faccia della terra.

Secondo lei, cosa rende un vino unico e senza tempo?
Sicuramente un grande terreno, una cura meticolosa in vigna, il rispetto della natura, la capacità di non rovinare il vino in cantina e, infine, l’uomo che lo produce, con le sue passioni e la sua dedizione.

Quali sono, a suo avviso, le principali sfide del mercato vitivinicolo odierno e futuro?
Per quanto riguarda il mercato internazionale, sfida e al tempo stesso opportunità è sicuramente la globalizzazione dei mercati. La sfida principale è rapportarsi con grandi realtà del mondo del vino nonostante la cultura vitivinicola nel nostro Paese sia ancora piuttosto limitata. Si dovrebbe prendere come esempio la Francia: a Bordeaux, nelle scuole, si insegna come il vino sia testimone di terre, storie e popoli diversi. Aspetto positivo è invece la valorizzazione delle realtà di nicchia: per me, ad esempio, rappresenta una grandissima opportunità. Il consumatore è sempre più informato, curioso e appassionato e va a cercare proprio questo tipo di realtà. Parlo principalmente di consumatori stranieri, dal momento che, salvo qualche eccezione, esporto tutta la produzione.

Come vede la sua azienda nel prossimo futuro?
Nel prossimo futuro cercherò di focalizzarmi ancora di più sulla qualità dei vini,  a partire dalle uve e dalla cura in vigna. Non punto tanto ad espandermi, a diventare grande in termini numerici, quanto, piuttosto, ad essere una produttrice nota per la qualità dei suoi prodotti. Ho iniziato anche a studiare il metodo biodinamico…chissà cosa mi riserverà il futuro!